Stefano Marino - LA FILOSOFIA DI FRANK ZAPPA (2014)

In un altro volume della Mimesis si parla di due grandi amori del sottoscritto, Frank Zappa e Theodor Adorno, e, viste le premesse, me lo ordino via web senza pensarci un solo istante.

Di Frank, beh, penso di sapere vita morte e miracoli. Sui miei scaffali fa bella mostra di sé la sua discografia completa (bootleg esclusi, compreso però l'ultimo, magnifico Dance Me This), per non parlare di partiture originali (comprate anni or sono attraverso il mitico - e misteriosissimo - servizio postale denominato Barfko Swill...), metodi e quant'altro. Nella sezione dedicata ai libri ci trovo ben sette tomi dedicati al genio di Baltimora: Il Don Chisciotte Elettrico di Neil Slaven (1996), Frank Zappa di Barry Miles (2004), Frank Zappa - L'Autobiografia di Peter Occhiogrosso (1990), Frank Zappa - Compositore Americano di Marco Bazzoli (2003), Frank Zappa Domani a cura di Gianfranco Salvatore (2000), Frank Zappa di Alessandro Pizzin (2004) e Frank Zappa - Music In Review edito da Edgehill Publishing nel 2007.

Su Adorno sono senz'altro meno ferrato, annoverando però sia Sulla Popular Music (1941) che Dissonanze (1959) nella mia personale biblioteca. Dato che è da sempre uno dei miei pensatori musicali preferiti (fatta eccezione per la sua famigerata avversione per il Jazz - sebbene si sostenga da più parti che ce l'avesse con un certo tipo di Jazz popolare negli anni Venti e Trenta - e per il neoclassicismo di Stravinskij), ero davvero curioso di leggere come i due universi creativo-analitici di queste figure imponenti potessero sposarsi.

Il libro di Marino scorre via bene e mi appassiona. Mi ritrovo con grande piacere a scoprire dettagli "zappologici" che mi mancavano e, mentre scrivo, visto che è il primo cd citato, mi fiondo a prendere You Can't Do That On Stage Anymore Vol. 2 e a metterlo nel lettore. Accompagnato dal drumming fiero e pulsante di Chester Thompson mi avventuro fra le righe, appassionandomi di nuovo a dettami adorniani anti-industria culturale che già mi fulminarono anni addietro: leggo di standardizzazione strutturale, di pseudo-individualizzazione, di plugging, della proposta a tendere verso "ciò che ancora non è, ma ciò nondimeno potrebbe essere", o verso una forma musicale "che serve alla verità", o di partecipare alla ribellione nei confronti della da lui definita "obbedienza ritmica" (bello!), o in generale di nutrire un sano scetticismo nei confronti dello status quo (e magari di cominciare a organizzarsi per bene per mettere in atto un'alternativa radicale, anche solo musicale), e mi sento vivo. Sebbene concordi con Marino che Adorno fosse piuttosto manicheo e sebbene le sue teorie siano state elaborate in anni (e scenari socio-culturali) molto lontani dai nostri, è difficile non trovare ispirativi certi percorsi.

Chiudo queste righe trovandomi a riflettere su quali possano essere i miei titoli favoriti nella sterminata discografia di Frank. Ne scelgo tre, appartenenti a tre fasi piuttosto distinte nel suo immenso cammino creativo: Joe's Garage del 1979 (con uno strepitoso Vinnie Colaiuta alla batteria), Jazz From Hell del 1986 e The Yellow Shark del 1993, anche se, di sicuro, qualcosa mi dimentico!