THE IDEAL DRUMMER _ IL BATTERISTA IDEALE

My favorite drummer?
It’s me, or the drummer I’m striving to be.
— Charlie Persip

Nella citazione che apre questo scritto ho messo la domanda principe, quella che ha dominato i miei pensieri per anni e che dovrebbe tormentare le menti di musicisti appassionati e desiderosi di fare un bel cammino nella musica, quesito tanto semplice quanto overwhelming: che tipo di batterista vuoi essere? Quali sono i tratti espressivi, linguistici, concettuali che intendi convogliare attraverso il tuo rapporto con lo strumento? 

La scrive Charlie Persip, anche se non ricordo bene dove. La leggo un bel po' di anni fa e da allora è un riferimento davvero insostituibile, uno sprone a cercare dentro di sé ma anche un faro, una meta da perseguire. Persip è stato un drummer attivo tendenzialmente negli anni Sessanta e Settanta al fianco di musicisti del calibro di Phil Woods, Quincy Jones e Billy Eckstine, e sebbene io abbia provato in tutti i modi a risalire alle fonti di questa affermazione non sono riuscito a venirne a capo. Nella speranza di trovarcela ho recentissimamente acquistato anche un suo metodo dal titolo intrigante, How Not To Play Drums uscito nel 1987 ma ristampato nel 2003 da Hal Leonard, libro cui peraltro facevo la posta da molto tempo, ma anche lì niente di fatto.

Diventare il proprio batterista ideale, una volta spurgato ogni scrupolo di sembrare arrogante dato che non è davvero questo il punto, è ovviamente un percorso che abbraccia un'esistenza. Ci si arriva impegnandosi allo spasimo e facendo convogliare tutta una serie di ispirazioni e di istanze che a un certo punto dovrebbero dar forma a qualcosa di piuttosto preciso. Mi metto quindi di buzzo buono e stilo una serie di caratteristiche che contribuiscono a creare il mio batterista ideale e che, sempre secondo il Persip-pensiero, ho cercato di far mie. La realtà ovviamente non è sempre così lineare ma filtrare un po' di punti fondamentali è divertente e costringe a chiarificarsi molte cose:

- le foto che ho incluso in questo post parlano chiaro: il mio batterista ideale è un musicista soddisfatto, che trae grande piacere dal contatto con la musica e con lo strumento, che fa del suono un elemento essenziale della propria vita e un ingrediente insostituibile della propria anima. Vive perennemente un desiderio di scoperta, di crescita, di miglioramento e suona la musica che ama nel modo che sente a lui più vicino, considerando ostacoli e compromessi come parti del tutto;

- il mio batterista ideale è un thinking drummer, e se è vero che analisi è paralisi, è altrettanto vero che riflettere su ciò che si suona e sul perché lo si suona è un elemento insostituibile dell'evoluzione artistica;

- il mio batterista ideale è un anticonformista, un ribelle, un lupo solitario, un musicista che si muove a cavallo degli stili e che lavora a un sound personale e riconoscibile, condito magari anche di significati extra-musicali;

- Il mio batterista ideale ama la batteria acustica, per lui suonare è un piacere profondamente sensuale, ma allo stesso tempo adora il suono elettronico e tutte le possibilità che laptop e device elettronici forniscono per un'accurata forgia degli scenari sonori, pur tenendo separate le due dimensioni (la batteria rimane acustica e si inserisce in scenari elettronici o ibridati).

Con queste premesse in testa mi sono ritrovato, in prima battuta, a trovare ispirazione nell'operato di grandi batteristi, cercando di dar forma al mio stile anche riflettendo sul modo di ibridare approcci fra loro differenti. Ecco quindi che cerco di mettere insieme il lavoro di Terry Bozzio e di Pete Zeldman sul solo drumming, ma anche su istanze compositive e scultoree, sul suono e sul fraseggio. Ci aggiungo un po' di Andrew Cyrille, di Rashied Ali e di Sunny Murray (per me fondamentali gli ascolti di Unit Structures di Cecil Taylor del 1966, del coltraniano Interstellar Space del 1967 e di Spiritual Unity di Albert Ayler del 1965, ma se vogliamo spostare la questione ai giorni nostri mi vengono da menzionare Hamid Drake e Gerald Cleaver): il pulsare libero del free drumming, la grande attenzione alla texture, a un ritmo che respiri e che non rimanga imbrigliato in griglie e categorie. Ben vengano poi le poliritmie dei batteristi zappiani (Vinnie Colaiuta in testa) ma anche della percussione del Novecento (e qui ecco che appare il thinking drummer con il suo rimando alla celebre affermazione di John Cage, percussion music is revolution, datata 1939), a braccetto con l'organic drumming di Jack DeJohnette e Bob Moses (che bella l'illustrazione a pagina 44 del suo libro, Drum Wisdom! La riporto qui sotto: per me drummer tecnico e iper determinista veder rappresentata una concezione ritmica dal movimento delle ali di un uccello era davvero tanta roba!), oggi di Jim Black, Dan Weiss e Dave King.

Costantemente impegnato a mantenere il timone sulla rotta della contemporaneità (il mio batterista ideale è ossessivamente attento all'attualità, ai linguaggi ritmici più freschi, pur mantenendo un'idea piuttosto forte di quello che ama e che non ama), costruisco intorno all'ideal drummer un contesto sonoro estremamente specifico, fatto di New Jazz, elettronica, performance di stampo teatrale e un forte senso di militanza, di proposizione di musica alternativa per davvero. Questo è uno degli snodi fondamentali e più complessi: inutile, per me, possedere un possente bagaglio strumentale se non si è capaci (o almeno si prova) a creare un contesto sonico ad hoc per la propria sonorità e il proprio linguaggio.

Impossibile poi non infilare nel bagaglio del batterista ideale un po' di percussione: hand drumming, curiosità per timbri e strumenti atipici, predisposizione a costruire ed alterare, e tutto l'armamentario del percussionista classico (quasi dimenticavo: il mio batterista ideale è un super secchione, un geek, uno di quelli che studia tutto il giorno, che ha una super biblioteca di metodi, libri, video e quant'altro riguardi l'universo della percussione).

Ovviamente il mio batterista ideale è un musicista colto che approccia la musica senza dogmi: legge, interpreta e improvvisa; scrive, compone e arrangia; se la cava discretamente con microfoni, registratori e quant'altro; edita, produce e post-produce; e magari ha pure un'etichetta discografica o tutt'al più un marchio che contraddistingua, tuteli e protegga i propri lavori. 

Dimentico qualcosa? Probabilmente sì, ma se lo faccio è perché le cose importanti le ho già messe giù.

Questo scritto e viste tutte 'set premesse, beh, non mi rimane che correre a studiare!


SPUNTI: James Hillman - Il Codice dell'Anima (1996) e Wilhelm Schmid - L'Amicizia per se stessi (2012)

Due testi che trattano in maniera nobile e profonda il rapporto con sé stessi e lo fanno non tanto per modificarne i tratti insoddisfacenti quanto per prendersene cura, proteggerli e farne elementi chiave della propria unicità di esseri umani e di artisti.