MUSICAL SHAMANISM _ FANTASMI DI CAPACITA'

Il grandioso compito di una cultura che voglia alimentare la vita, dunque,
consiste nel mantenere gli Invisibili attaccati a sé,
gli dèi sorridenti e soddisfatti:
nell’invitarli a rimanere con riti propiziatori e cerimonie;
con canti e danze, addobbi e litanie.
— James Hillman

Rileggo ancora una volta la frase di Hillman che apre il post di questo mese e mi viene, facile facile, una domanda: ma davvero oggi è ancora possibile, direi praticabile, l'idea di uno sciamanesimo musicale? Se mi affido a Lévi-Strauss direi di sì, che è possibile: "l'arte", scrive il filosofo francese, "sta a metà strada tra la creazione scientifica e il pensiero mitico e magico", ed è un pensiero, questo, con cui concordo anche dalla prospettiva da dietro i tamburi, pensando cioè a un drumming che non sia solo musica ma possa anche convogliare simbologie e significati meta-musicali, siano essi legati alla componente spirituale o a forme di attivismo militante di varia natura.

Nella società occidentale di oggi, edonista e conformista fino al midollo, pragmatica, finalistica, deprivata ad arte di ideologie e imbottita di banalissimo buon senso, potrebbe avere spazio, essere anche soltanto accettato un approccio musicale che non fosse né tecnicistico né imbevuto di mainstream o di retorica pop e che non fosse spazzato via dal realismo cinico e soffocante propinatoci come unica modalità di presente e futuro?

Ma cos’è il reale nella sua nuda esistenza?
Il reale privato di completamente di ogni mediazione concettuale?
Un’esistenza completamente spogliata dell’essenza?
Una realtà destituita da ogni idea?
Un essere assolutamente indipendente dal pensiero?
— Mario Perniola

Mentre mi immergo ancora nelle domande poste da uno dei miei filosofi contemporanei preferiti, mi viene in mente un trio che vidi in concerto qualche anno fa, Digital Primitives, i "primitivi digitali": Assif Tsahar, Cooper-Moore e Chad Taylor mi piacquero subito molto, un mix di musica pensante e di istinto, un'improvvisazione viscerale pregna di spunti timbrici e coloristici davvero personali, grazie anche alle invenzioni del folletto Cooper-Moore. Sui miei scaffali niente album di questo trio bensì due titoli del duo Tsahar-Moore, America del 2003 e Tells Untold del 2004, che adopero volentieri da accompagnamento per assecondare il fluire delle parole.

Le mie letture "sciamaniche" sono passate attraverso Sciamanismo di Klaus E. Muller del 2001, dal celeberrimo Lo Sciamanismo e le Tecniche dell'Estasi di Mircea Eliade del 1974, dove si legge che lo sciamano "è psicopompo, mistico e poeta", e dal più leggero The Shamanic Drum di Michael Drake, pubblicato nel 2002. Che lo sciamano adoperi un tamburo per procurare e procurarsi stati di allucinazione funzionali al suo compito è cosa risaputa. Meno abituale, però, è identificare come sciamanico l'operato di un batterista, di un musicista che vive e suona in Occidente, in contesti notoriamente ben poco disposti all'alterazione degli stati di coscienza.

Esistono batteristi sciamani? Ovviamente si, non è un ruolo riservato solo a un certo tipo di percussionisti. Una rapidissima scansione mentale mi porta ai free drummers afroamericani degli anni Sessanta (Milford Graves in testa che nelle note di copertina di Space/Time Redemption, realizzato nel 2014 in coppia con Bill Laswell, scrive: "he primary objective of the totality of the Celestial-Mystic-Spiritual-Scientific musician is to initiate an intradynamical thrusting force on the various particles that comprise earth's conscious cosmic mysteries that interact with the human biological system. The frequency dynamics of these particles should be compliant with the cosmic energies that impinge on the tympanic membrane-cerebral-heart connection. Through our given sensory receptors and biological transducers, it is possible and permissible to creatively decipher the concealed and hidden energies within and beyond the universe to activate the innovative-creative process to go beyond conscious universal knowledge".) che su di me esercitavano una fascinazione profonda proprio in questo senso, a Christian Vander e alle performance del suo video del 1988 Un Homme... Une Batterie che conservo ancora in formato vhs, ovviamente a Elvin Jones e alla sua potente trance creativa, ed altrettanto ovviamente al grande Terry Bozzio e all'impatto emotivo e visuale dei suoi strumenti.

In quale momento si è in presenza di un batterismo che potremmo definire sciamanico o sciamanizzato (e magari pure sciamanizzante)? Direi quando si va oltre le convenzioni tecnico-linguistiche dello strumento, anche grazie a un approccio meta-musicale che è spirituale ma non solo, di sicuro pregno di anima nel senso più ampio del termine: un'anima che si costituisce coinvolgendo la sfera psico-emotiva (anche quella di musicisti come il sottoscritto che non hanno fede religiosa) e, soprattutto, intendendo la spiritualità come uno stato che non impedisca il cammino attraverso la vita, piuttosto che oltre la stessa. Il batterista sciamano, quindi, opera cancellando ogni forma di conformismo e convenzionalità nell'affrontare i linguaggi e la loro contestualizzazione, rileggendo l'atto rituale in chiave attualizzata.

Da laico prendo atto che ogni rituale è un modo per bussare alla porta degli dei: penso alla musica della Santeria, del voodoo di Haiti, della danza del leone cinese o dei raga indiani. Lo sciamano è al centro di questo rituale anche da musicista, utilizzando lo strumento (spesso e volentieri a percussione – tamburi a cornice, cavigliere o tamburi sacri come i damaru) con fini sociali, curativi o meditativi: che il musico di oggi, quindi, non perda contatto con l’elemento magico e simbolico della musica, fattore chiave per far convivere istanze apparentemente eterogenee.

La musica apre nel corpo una porta
attraverso la quale l’anima esce nel mondo per fraternizzare.
— Milan Kundera

Anni fa, in un periodo molto fecondo del mio rapporto con la musica, decisi di affiancare al lavoro di evoluzione dello strumento e delle tecniche necessarie a suonarlo anche una componente simbolica e visuale, sulla falsariga di certe pitture rituali che si ritrovano in molte culture non europee. Questa spinta immaginifica mi portò a concepire a far realizzare i miei simboli biotecnologici, elaborati ad hoc per evitare l'appropriazione di significati a me lontani. Nel segno ritrovavo infatti un potentissimo catalizzatore di forze interne ed esterne, che coincidevano nell'istante in cui il simbolo veniva "indossato" e che regalavano allo spirito di musico e fruitore un elemento aggiuntivo di grande spessore: il senso di integrità militante e di passione immaginifica.

Le pratiche decorative del corpo sono una costante dell’essere umano, una necessità avvertita come primaria, direi quasi una barriera contro gli assalti di forze ostili. Nelle mie intenzioni l’iscrizione di segni sulla pelle, segni ovviamente temporanei, destinati cioè solo al momento della musica, voleva determinare un incremento di complessità nei processi di produzione di senso, una stratificazione di significati: le pratiche significanti della musica avrebbero interagito con le modalità di significazione proprie del corpo, determinandone delle nuove.

Grazie al talento dell'amico Marco Martini realizzai sia una serie di artwork che addobbarono il mio strumento (allora costituito da fusti Drum Sound) sia, più importante, delle vere dermopitture che avrebbero dovuto ornare il mio corpo durante il momento della performance. I simboli che finirono sui fusti erano in realtà ripresi dai nativi americani (ispirato probabilmente dai feticci che vidi apporre sulla batteria da Bob Moses), mentre i simboli bio-tecnologici furono disegnati apposta e concepiti per raffigurare un ciclo di energia che passava dal cervello alle braccia, in un continuum indissolubilmente legato all'atto creativo.

Di seguito sia le foto dei simboli corporei che di quelli destinati ai tamburi, oltre al breve testo che scrissi apposta per motivarne creazione e impiego.

"Attraverso i miei simboli biotecnologici metto in atto una rivisualizzazione, progetto una situazione virtuale, ricombino altrimenti le relazioni simboliche offerte dalla situazione reale, in modo da far emergere l’ignoto dalle cose note: il fatto essenziale non è tanto compiere un’opera quanto abitare una certa situazione, sentendosi chiamato dall’ispirazione e guidato dalla trasposizione immaginativa, dall’efficacia rituale".

"La scelta di progettare simboli originali nasce dal rispetto per le culture non occidentali e dal timore di appropriarsi di qualcosa in maniera superficiale: Adorno scrive che “l’atteggiamento più immorale è quello di attribuire una definizione ad un oggetto senza però entrare nel merito della questione. E’ il problema della conoscenza: l’uso di una cultura di scarto piuttosto che di una reale competenza”.

"Simbolo come trait d’union tra la psiche e gli archetipi, espressione di quella coscienza che per Gehlen è ambito di fantasmi di capacità: coscienza come memoria e, in quanto tale, come futuro, poiché organizza la motricità successiva in vista del risultato atteso".


SPUNTI: Karl Groning - Decorated Skin - A World Survey of Body Art (1997)

Un viaggio magnifico nella pratica della decorazione del corpo. Affascinante e super ispirativo!