PRELUDE _ PRELUDIO

Nella cosmogonia giavanese il Creatore medesimo viene prima prodotto
da un essere superiore che non è rappresentabile visivamente
e si dà a conoscere solo nel suono delle campane.
— Marius Schneider

Non esiste strumento migliore di una campana per dare il via a qualcosa: a un pensiero, un atto, una performance. Ho avuto l'opportunità di avere a che fare con le campane fin dall'inizio del mio percorso nella musica: nel 1990 comincio a collaborare con la Ufip di Luigi e Damiano Tronci e da quel momento le campane non sono mancate mai, che fossero tubolari, a lastra, da chiesa, tibetane, birmane, a vento. I miei trascorsi di percussionista classico, poi, di campane me ne hanno fatte suonare molte: mentre scrivo riaffiorano dai ricordi quelle dei Folk Songs di Luciano Berio, quelle dei Canti dell'Ansia e della Gioia di Carlo Prosperi e quelle di Gesprach uber Baume di Luca Lombardi, per tralasciare poi quelle del repertorio specificatamente percussionistico o l'impiego che ne ho fatto nei contesti più svariati e che ne faccio tutt'oggi nella mia musica.

Sugli scaffali della mia biblioteca ci sono due lavori, un libro e un fascicolo, entrambi dedicati esclusivamente alle campane: Din, Dèn, Dan, Don (1998) e Campane, Suoni di Pace (1991) entrambi a firma di Luciano Bosi (del quale peraltro posseggo altri due interessantissimi lavori: Lineamenti di Storia degli Strumenti a Percussione del 1987 e Suoni e Colori Lontani del 1997), e tralascio volutamente la lista dei volumi che posseggo nei quali sono menzionate, dai libri storici alle enciclopedie musicali. 

Impossibile poi non ricordarmi della campana di Mosca, la gigantesca Tsar-Kolokol, scoperta prima nel meraviglioso Planet Drum, libro del 1991 di Mickey Hart, uno dei due drummer dei Grateful Dead, e incrociata per puro caso durante una passeggiata al Cremlino in occasione di una serie di concerti nella capitale russa (per impellente dovere "percussivo" non posso esimermi dal consigliare anche l'altrettanto eccellente libro di Hart, Drumming At The End Of Magic, pubblicato nel 1990 e acquistato in coppia con il gemello a Los Angeles, in una libreria tanto sperduta quanto ben fornita).

L'altrettanto imponente campana che ho scelto per la foto che apre questo post mi sembra perfetta, appunto, per accompagnare con rintocchi solenni ma anche immaginifici lo scritto di apertura di questa "Fenomenologia del batterista di oggi", titolo un po' pomposo che vorrei però velato da una dose di ironia, che, giuro solennemente, non sfocerà in cazzeggio, nel senso che non avrà il sopravvento sulle componenti meno frivole delle tematiche di cui mi andrà di scrivere.

Le mie prime letture batteristiche di qualità, quelle che davvero contribuirono ad alimentare quel misto di conoscenza specifica e di entusiasmo necessario a infiammare il percorso di un giovane musicista, sono legate al magazine statunitense Modern Drummer cui sono fedele abbonato dal numero del lontano novembre 1987 (con lo sfortunato Randy Castillo, allora drummer di Ozzy Osbourne, in copertina) e di cui posseggo - ossessivamente - tutti i numeri finora usciti, ricomprati con tempo e pazienza fra collezionisti stufi e piattaforme web. La mia rubrica preferita era CONCEPTS, curata dal grande Roy Buns, che grazie anche all'aspetto autorevole, un simpatico incrocio fra un professore e un druido, divenne ben presto uno dei miei idoli. Ogni mese toccava argomenti a trecentosessanta gradi (qui includo The Natural Drummer, l'articolo pubblicato proprio nel numero di novembre '87)  contribuendo non solo ad arricchire bagaglio conoscitivo e sogni ma facendomi pure sentire parte di una comunità musicale che pulsava in mille direzioni. Difficile dire se fosse qualcosa di reale o semplicemente un afflato giovanile figlio di un potentissimo desiderio di musica (quel desiderio feroce che descrive Keith Jarrett nel suo omonimo libro del 1994, per me una delle letture più belle e coinvolgenti di quegli anni), ma il ricordo dell'impatto di quelle pagine rimane vividissimo. Qualche anno fa alcuni articoli tratti dalla rubrica sono stati editi in un libro, The Best Of Concepts edito da Modern Drummer Publications nel 1993, che non mi sono comprato perché li articoli li ho praticamente tutti (e ho pure un quadernino in cui mi appuntavo gli insights che mi sembravano più significativi!).

L'idea di un diario fenomenologico nasce da questo, dall'esigenza di verticalità. dalla per me ancora significativa esperienza del trasferire nella dimensione del segno scritto tutto quel pulsare di idee, sensazioni, lampi e dubbi che balenano nella testa di un individuo pensante, che oltre a provare un piacere quasi sensuale nel percuotere oggetti sonanti ama anche rifletterci un po' su, scandagliare l'atto del suonare nelle sue componenti più tecniche ma allo stesso tempo visitarne le stanze più nascoste, stuzzicando le questioni più scomode dell'essere un musicista di oggi.

Se filtro ulteriormente le motivazioni relative al dedicare tempo facendo danzare i polpastrelli sulla tastiera di un computer, non mi è particolarmente difficile reperire il motivo ultimo di questa personale fenomenologia: il banale, banalissimo desiderio di connessione e di connessioni. E se appare scontato il concetto di fondo, o almeno lo è leggendolo da fuori, nel profondo dell'anima di un essere umano che ama la musica per davvero, che con gioia assoluta le ha dedicato un'esistenza ricevendone in cambio una direzione di vita luminosa e appagante, è tutt'altro che banale il modo in cui certi argomenti e un determinato modo di trattarli, di svolgerli, di stilarne un ritratto in non troppe parole, risuonano nell'anima (mi viene da dire nel daimon) dello scrivente.

Ecco che la mia personale fenomenologia del batterista di oggi sarà stilata in un mix fra un'attenta selettività di argomenti (di sicuro non si parlerà di come scegliere le bacchette o di come suonare un ratamacue, e non perché non valga la pena dedicare tempo alle due questioni sopra citate, piuttosto perché a giro per la rete se ne trovano migliaia di versioni) e un approccio stream of consciousness, che è già protagonista nelle righe che sto scrivendo proprio adesso, sballottandomi da un argomento all'altro pur senza perdere il fil rouge che mi sono prefissato a priori, razionalmente.

Scriverò, quindi, proteso verso un universo creativo che mi assomigli, che pulsi fuori dagli schemi, che abbia fame di un'alternativa vera, interessato in maniera sincera ad un'universo percussivo pensante, senziente, animato da spirito critico e desiderio di evoluzione, sistematicamente privato dalla retorica del mainstream. Questo facendo, cercherò di risuonare alla maniera dello sciamano, anche se uno sciamano di oggi, che facendosi appunto cassa di risonanza (come descrive Schneider nel suo magnifico Il Significato della Musica del 1979), cerca forsennatamente connessioni con tematiche e intuizioni che assomiglino a tutta quella porzione di sapere e di conoscenza che egli ha acquisito sul campo, in trincea, con l'elmetto e le vesti sporche, per mettere tutto assieme, idealmente, in un grosso scatolone, in cui rovistare tutte le volte che ha bisogno di ritrovare tutte quelle sensazioni che, passando attraverso la vita, hanno concorso a formarne la personalità, a confrontarsi perennemente con la sua essenza, che una volta avrei descritto come natura originale mentre oggi preferisco citare Hillman (e quindi Jung) parlando di ghianda o, appunto, daimon.

Al ritmo di un post al mese mi dedicherò a scrivere di ciò che più mi piace - la musica, la batteria e la percussione, il ritmo - impegnandomi però a non porre questi argomenti su un piedistallo, a non strapparli da un contesto sociale e culturale, a individuare (ancora) connessioni con tutto ciò che possa arricchirne e, perché no, problematizzarne la fruizione, a non approcciarli in maniera sempliciotta. Se la musica è stato il cibo che ho dato alla mia anima, in quantità abbondanti e tipologie raffinate, scrivere di argomenti selezionati con cura è un atto di verità, bel modo di cominciare un percorso.


SPUNTI: Umberto Eco - Pape Satàn Aleppe (2016)

Brillante, ironico ma profondissimo e ispirativo è un libro che raccoglie molte delle Bustine di Minerva, i brevi scritti che costituivano la rubrica che Eco ha tenuto dal 1985 su "L'Espresso". E' stato bello leggerlo nel periodo in cui mi è presa voglia di fare un blog che trattasse le cose che mi piacciono.

Dato che li ho citati non posso esimermi dall'includerli negli SPUNTI di questo mese: Il Mio Desiderio Feroce di Keith Jarrett (1994) e Il Significato della Musica di Marius Schneider (1979), due libri bellissimi e incredibilmente ispirativi la cui lettura ha significato per me davvero molto.