OUR MUSIC _ LA NOSTRA MUSICA

Non trovo né nell’ambiente né nell’ederitarietà l’esatto strumento che mi ha formato, l’anonimo rullo che ha impresso sulla mia vita quella certa intricata filigrana,
il cui motivo diventa invisibile quando dietro il foglio protocollo della vita
si accende la lampada dell’arte.
— Vladimir Nabokov

La citazione che riporto qui sopra è tratta dal capitoletto iniziale di uno dei miei libri preferiti, Il Codice dell'Anima di James Hillman. La sua lettura è stata uno dei momenti chiave per la presa di coscienza di quanto possa essere importante imparare a valorizzare per davvero i propri tratti caratteristici. Ruotando attorno alla figura del daimon, della "ghianda" che di fatto contiene l'immagine che abbiamo di noi, la nostra anima e, conseguentemente, il nostro destino, lo scritto di Hillman è rivelatorio e appassionante, lettura davvero indispensabile per chi intraprenda l'impervio e fascinoso sentiero della musica.

Come si arriva a suonare la musica che si suona, ad amare un genere piuttosto che un altro, a scegliere magari una musica considerata socialmente "difficile" piuttosto che un'altra più ben accetta e di fruizione più immediata? Può la risposta essere celata davvero nel daimon, in quel potentissimo calderone che mette assieme la vocazione, il senso di chiamata e la necessità?

La musica che da molti anni ascolto, suono ed elaboro è un mix di New Jazz ed elettronica, condita da tutto ciò che riguarda l'universo della percussione. L'ossessione per una musica "futuribile", portatrice cioè di istanze attuali, fortemente anticonformiste, sicuramente molteplici è qualcosa che non mi abbandona, sebbene la potenza di fuoco dell'informazione iper-mediatizzata cerchi di convincere della necessità dell'esatto contrario. Ecco quindi che in pasto alle mio orecchie do il jazz di Tim Berne, di Steve Coleman e Steve Lehman, di Dan Weiss, di Matt Mitchell e Craig Taborn, ma anche l'elettronica di Ryoji Ikea, di Scott Gibbons, di Alva Noto e di Jacob Kirkegaard, senza mai abbandonare la vocalità creativa di Diamanda Galàs, di Maja Ratkje o di Monica Demuru. Impossibile, ovviamente, prescindere dal mio strumento e dalle numerosissime sollecitazioni creative cui il roboare della società digitale costringe: ben vengano quindi i lavori dei drummers più coraggiosi, da Zach Danziger a Deantoni Parks fino ai per me eterni Terry Bozzio e Pete Zeldman, e il repertorio percussivo occidentale, affiancato dai timbri del drumming etnico proveniente da ogni dove.

Una definizione della musica del futuro, forse un po' stringata ma sicuramente efficace, l'ha data il pianista e compositore Vijay Iyer, definendola "ribelle e senza nome". Funziona, direi, anche ascoltando la musica di colui che l'ha coniata: sui miei scaffali annovero diversi suoi lavori che esemplificano efficacemente la poetica futuribile messa in atto grazie a una scrittura colta ma pulsante, mai dogmatica. Panoptic Modes (2001), Blood Sutra (2003), Reimagining (2005), Raw Materials (2006), Tragicomic (2008) e Mutations (2014) sono tutti lavori che affondano le loro radici in un certo tipo di jazz, riletto però attraverso i filtri della sensibilità e del pensiero compositivo di oggi, grazie anche al contributo fondamentale di drummers come Marcus Gilmore, Tyshawn Sorey e Derek Phillips, anch'essi assolutamente facenti parte del flusso "ribelle e senza nome" che costituisce quel drappello, peraltro sempre più numeroso, di musicisti attratti da un certo modo di fare musica.

Come si arriva, quindi, a suonare ciò che si suona? Da hillmaniano "praticante" credo che la vocazione giochi un ruolo decisivo anche soltanto nel fatto di possedere quel desiderio di esplorazione e di scoperta che fa sì che un musicista non si accasi alla prima sosta, non si accontenti di ciò che viene proposto (spesso imposto) come giusto o quanto meno come popolare, inteso come qualcosa che deve piacere per forza. Tutte le volte che si trattano questi argomenti si rischia di sembrare dei severi moralisti, dei bacchettoni o tutt'al più dei poveri passatisti, scavalcati dalle apparentemente inarrestabili istanze mediatiche. Detesto trattare la delicatissima e affascinante questione del perché si fa ciò che si fa rimandandola inevitabilmente a qualcosa che risiede fuori da noi, che si tratti di problematiche professionali o di pressioni socio-culturali. Credo invece che sì, la risposta risieda proprio nel daimon, e che il grosso del lavoro che si debba fare sia nell'accettazione di sé, nella serena consapevolezza che si suona ciò che si è, nella strenua e appassionata salvaguardia delle proprie idee e dei propri progetti. Si suona ciò che si suona perché suoniamo ciò che siamo, nel bene e nel male, e quando mi trovo a oscillare, a dover combattere dubbi e insicurezze, metto un disco che mi piace, militante, potente, visionario e anticonformista, e mi rileggo Hillman, il suo invitare al "rispetto per ciò che è dato", al "rifiuto del moderno bisogno di avere una spiegazione per tutto", all'accettazione de "la tortuosità, la nebulosità, lo stato di confusione dell'anima", tutte condizioni fondamentali per far musica in maniera sincera e vitale.

Per by-passare completamente i rischi sopra descritti, la deriva piagnona dell'autocommiserazione o, peggio, analisi sociologiche d'accatto, mi trincero più che volentieri nelle parole di Thomas Moore, scritte per il prologo del libro che propongo come SPUNTO di questo post e dedicate alle proposte che Hillman avanza allo scopo di, cito appunto Moore, "offrire una re-visione della psicologia, recuperandola dalla mani di chi la usa coma una scienza del comportamento, per trattarla come un'arte dell'anima".

Credo davvero che le parole seguenti possano essere ispirazione preziosa per comprendere bene chi si è e, conseguentemente, perché si ama la musica che si ama e perché si suona la musica che si suona.

"(...) rinunciare, come motivazione primaria del lavoro psicologico, a ogni fantasia di cura, guarigione, crescita, miglioramento di sé, interpretazione e benessere psichico".

"(...) trovare una nuova prospettiva da cui guardare l'esperienza".

"(...) non si giunge alla conoscenza di sé per dissezioni e astrazioni, bensì in virtù di [una] particolare rivelazione che fa la psiche della propria natura".


SPUNTI: Ho già citato nel post precedente Il Codice dell'Anima di James Hillman. Propongo quindi un altro testo di Hillman, Fuochi Blu del 1989, da cui sono tratte le citazioni che hanno chiuso questo post.