"WITHOUT ANY CONCRETE AND IMMEDIATE PURPOSE" _ "SENZA ALCUNO SCOPO IMMEDIATO E CONCRETO"

Un romanzo, una canzone, un film dovrebbero essere più irrequieti di un aspirapolvere
e meno densi di un libretto di istruzioni, perché la loro riuscita non si misura
né con la regolarità del comportamento né con l’efficacia dell’informazione.

Più in generale non si misura in relazione a un obbiettivo preciso.
— Wu Ming 2, dalla prefazione dell’edizione italiana di "Fatti di Musica" di Daniel J. Levitin

"Studiare deve essere un gesto a sé stante, sganciato da ogni fine o utilità immediata. Non si studia per, si studia e basta, per il piacere che si prova al momento o per il piacere che ce ne verrà poi, quando avremo studiato, cioè incamerato alcune nozioni che ci serviranno ad accedere a mondi altrimenti impenetrabili". 

Leggo tutto ciò in un libro stupendo che ho letto questo mese, La Passione Ribelle di Paola Mastrocola, quattordici euro fra i meglio investiti degli ultimi anni. Ero stato attirato da un estratto apposto sulla quarta di copertina, che già suonava allettante: "chi studia è sempre un ribelle. Uno che si mette da un'altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario. Forse, dietro, c'è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. ma non è mai una fuga. E' solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro".

Non solo sento di appartenere alla categoria dei ribelli (più o meno) invisibili ma condivido ogni singola parola scritta nel libro. Un'unica riserva ce l'ho sul fatto che l'autrice mette la musica e lo studio necessario a impararla sullo stesso piano di altre attività (tipo lo sport) il cui sacrificio implicito nella sua pratica sembra essere accolto con favore dall'edonistico e spensierato Occidente moderno: niente di più falso, della musica sembra interessino solo gli aspetti sociali e consolatori, quelli che possono essere condivisi e chiacchierati, di sicuro non le decine di migliaia di ore passate a studiare uno strumento (che peraltro per me sono state e sono tutt'ora un gran divertimento e forse è proprio questo aspetto che cortocircuita una serena e lineare analisi della condizione contraddittoria in cui si trova il musicista non-mainstream oggi). A parte questo aspetto, che al confronto dell'entusiasmo che il libro ha generato in me sembra davvero un irrilevante dettaglio, le parole contenute nelle centocinquanta pagine che ho divorato in un attimo hanno risuonato con la mia anima allo stesso modo di un gong giavanese: profondamente e con una solennità calda, accogliente e inclusiva.

Tutto ciò che è scritto sullo studio, sul piacere di perdercisi dentro, sulla necessità assolutamente incompresa di condividerne l'importanza e il peso, sulla bellezza di dimorare in una situazione o in uno stato d'animo, sull'idea di studio profondo e applicato a progetti a lungo termine o magari del tutto astratto (!), beh, sono esattamente quello che avrei vergato io, su carta o tramite tastiera. L'autrice scrive che "abbiamo un solo modo di cambiare le cose, mandare a stendere questo nostro universo: metterci a studiare. Secco, profondo. Vorrebbe dire far girare diversamente la vita, allungare il viaggio, rallentare le lancette. Ti vogliono tutti di qua e di là? E tu non vai. Devi fare questo e quell'altro? E tu non lo fai. Non puoi. Stai studiando. Hai bisogno di pace, solitudine, concentrazione, silenzio. Andate a quel paese, io studio. Non mi trovate? Pazienza, mi troverete poi". Il sottoscritto legge e ritrova in pieno sé stesso, il giovane batterista rapito dalla potenza deflagrante della musica ma anche il musicista esperto impegnato non solo a far musica (davvero) alternativa ma pure a difenderne spazi e istanze. Medesima convergenza di vedute la verifico nel momento in cui l'autrice affronta la delicata questione del sistema educativo, della sua ipertrofia, iperprotettività, iperattività: sfoglio le pagine e annuisco, leggendo che "informazione e conoscenza non sono la stessa cosa. Fingiamo di non saperlo, o davvero non ne abbiamo coscienza? Il sapere è quel che resta dopo aver ricevuto le informazioni, è quel che è sceso dentro di noi, si è misteriosamente amalgamato con la nostra vita e le nostre conoscenze già depositate, ed è diventato altro, qualcosa di più ampio e profondo".

Da un punto di vista più specificamente batteristico l'oggetto di questo post non è ovviamente il COSA studiare, nel senso degli argomenti tecnico-linguistici da includere nelle proprie practice sessions (argomento anche questo abbondantemente sviscerabile via web sia che si amino gli approcci full immersion dei grandi college musicali sia che si prediligano programmi di studio più personalizzati), ma il PERCHE' studiare, specie se lo studio in questione è magari rivolto a musiche non particolarmente accettate dal contesto socio-culturale in cui si vive. Quando l'autrice, quindi, scrive di "riprendersi il tempo" studiando "solo quel che ci piace e solo perché ci piace, provando la felicità circoscritta di farlo", e che "lo studio dà una grande felicità" perché "ci mette in relazione con l'atto del pensare", e che addirittura sia "una scelta di vita", beh, è come se mi leggesse dentro, se attraverso un orecchio mi estraesse i pensieri e le riflessioni che da anni accompagnano il mio essere un musicista.

Tanti sono gli spunti che il libro fornisce: si legge di "essere liberi", di "sottrarre le cose alla caducità dell'effimero", di "dedizione totale", di "prendere tempo" per il puro "desiderio di cercare" e per "mettere le cose giù bene". Di auto-immergersi in una "dimensione dell'attesa", di non rinnegare la percezione di "un bisogno di un tempo lungo" per approfondire "un solo argomento". Di difendere quel tipo di "verità" che scaturisce dalle scelte estreme, dai percorsi condotti senza "fretta, competizione e arrivismo", da quel "desiderio continuo, continuamente indirizzato a qualcosa di superiore", da "quella facoltà di introspezione che può farci accedere a una dimensione più alta dell'esistenza".

Bello poi l'invito a non disdegnare l'impegno destinato a progetti lunghi, verticali, totalizzanti, di come questa immersione possa davvero costituire una "stagione felice della vita", attraverso "un investimento enorme" costituito dallo "studiare di più e meglio(dal) prendersi tempo per approfondire(dallo) sprofondare in verticale, senza pensare ad altro, senza fini pratici immediati".

Il libro mi è piaciuto così tanto anche perché rappresenta, di fatto, un manifesto in difesa degli introversi e dell'introversione, categoria cui appartengo con orgoglio, dimensione che per me è stata fondamentale per lo sviluppo di una relazione profonda con musica e strumento. Scelgo di chiudere questo post dedicato alla strenua e appassionata difesa dello studio tout court, del diritto all'immersività, della percezione di sé in funzione di un rapporto profondo con la musica che si ama, con una citazione in favore della solitudine, condizione essenziale alla proficuità del rapporto con il proprio strumento: "è sparita l'interiorità. Il piacere di stare con sé stessi, di intrattenere rapporti con la parte interna, più spirituale di noi. (...) La solitudine è un ingrediente fondamentale, direi irrinunciabile. Favorisce la concentrazione e il silenzio. Non solo il silenzio esteriore, cioè l'assenza di suoni e rumori esterni, ma anche il silenzio interiore, quello che abita dentro di noi quando spazziamo via gli altri pensieri. Se siamo perennemente con altri o in ambienti affollati e rumorosi, è molto difficile trovare le condizioni idonee allo studio. Veniamo costantemente distratti e distolti da noi, e ci è immensamente difficile scendere nella nostra parte silenziosa e nascosta".

Chiunque ami la musica per davvero, aldilà di mode, carrierismi o interessi trasversali di vario genere, legga questo libro.


SPUNTI: Vado contro la regola che mi sono imposto, di menzionare e citare cioè solo libri che ho letto e posseggo, per una ragione che ritengo più che nobile: i testi che indico fra gli spunti di questo mese sono riportati dall'autrice di questo libro per me così significante come sinergici ai concetti da lei esposti. Non lo ho ancora letti, ma riportarli a piè di questo scritto mi sembrava cosa doverosa. Elenco quindi:

Bertrand Russell - Elogio dell'ozio (1935)

Michel Serres - Non è un mondo per vecchi (2013)

T.S. Eliot - Appunti per una definizione della cultura (1952)

Mario Vargas Llosa - La Civiltà dello spettacolo (2013)

Fernando Pessoa - Il Poeta è un fingitore (2013)