Greg Milner - ALLA RICERCA DEL SUONO PERFETTO (2016)

Fra le tante "storie" della musica che ho letto, mai m'era capitato un racconto sull'evoluzione della musica registrata ed è perciò che mi sono precipitato ad acquistare questo libro.

Il volume è denso ed esauriente anche se forse più adatto alle corde degli audiofili più che a quelle di un musicista. Dal fonografo al grammofono, dall'invenzione del vinile all'evoluzione del microfono, gli aneddoti si susseguono piacevolmente grazie anche a una scrittura degna di nota. Un po' di malinconia mi è venuta leggendo sia della corsa al clipping (nel senso di far suonare i dischi più forte possibile privandoli completamente delle dinamiche fra le varie sezioni delle canzoni) avvenuta a partire dalla metà degli anni Novanta, sia del degrado dei supporti con cui la maggior parte delle persone fruisce di musica oggi.

Unico vero neo del volume la pressoché totale assenza di immagini: considerata l'enorme mole di nomi, sia di persone che di oggetti tecnici e tecnologici, l'inserimento di materiale fotografico avrebbe fatto fare un ulteriore salto di qualità a un lavoro editoriale estremamente accurato.

Frugando tra i miei scaffali ritrovo solo un volume che potrei associare a quello di Milner: The Future Of Music, libro del 2005 a firma David Kusek e Gerd Leonhard.

Christoph Cox and Daniel Warner - AUDIO CULTURE (2004)

Meditavo l'acquisto di questo libro da molto tempo: la letteratura dedicata alla musica elettronica o sperimentale negli ultimi anni ha davvero avuto un importante incremento, sia nella quantità che nella qualità. Soprattutto le edizioni in lingua inglese danno finalmente molte opportunità di leggere di storia ma anche di filosofia ed estetica di musiche alternative e ricche di inventiva.

Ovviamente i miei scaffali sono ben forniti anche in materia di musica elettronica e sperimentale. Tra i tanti cito cinque testi esaurienti e ben documentati: il bellissimo Listening Through The Noise di Joanna Demers (2010, Oxford University Press - una garanzia in fatto di qualità editoriale), il brillante Electronic And Experimental Music di Thom Holmes (2002, acquistato in un negozietto di Bleecker Street a NYC), l'enciclopedico La Musica Sperimentale di Michael Nyman (del 1974, io ho un'edizione della Shake datata 2011) e i due pioneristici Introduzione Alla Musica Elettronica di Armando Gentilucci (1972) e L'Esperienza Dell'Elettronica Nella Musica di Giuseppe Calì e Elisa Gherli (1989).

Il libro di Cox e Warner è in realtà una raccolta di saggi, un lavoro che cerca di riassumere parte delle teorie e delle pratiche legate al mondo della musica creativa: si legge quindi degli albori di certa musica moderna (Russolo, Feldman, Cage, Varèse), di elettronica ed elettroacustica nelle forme più svariate, di improvvisazione jazzistica e non, di minimalisti e adepti della DJ Culture. Il libro è importante, tante informazioni di qualità, comprese una bella bibliografia e un'altrettanto valida discografia.

Con un vezzo figlio della mia natura di maniaco dell'informazione confesso che molti degli scritti contenuti nel tomo già li conoscevo, ma è stato comunque bello rileggerli impaginati in maniera organica, l'uno dopo l'altro.

Da acquistare!

 

Alex Ross - IL RESTO E' RUMORE (2007)

Confesso che ho acquistato questo libro un po' controvoglia. Da tempo, infatti, gli facevo la posta ma poi lasciavo perdere. Ovviamente questo mio tentennare nulla aveva a che fare con il valore del lavoro di Ross, testimoniato anche dai numerosi riconoscimenti che The Rest is Noise aveva ricevuto. Ho profondamente amato la musica del Novecento, il suo ascolto è stato un passo fondamentale nella mia evoluzione di musicista ed è qualcosa cui ritorno tutte le volte che mi sento perso per davvero. La realtà era che tutto questo amore aveva prodotto innumerevoli letture sull'argomento e che quindi mancasse un po' di voglia di immergersi ancora nelle seppur vorticose vicende di un secolo zeppo di musica per me irresistibile, e non solo per questioni di mero suono.

Il libro è molto bello e si legge fluidamente, meglio se accompagnato dagli ascolti che suggerisce. Dalla Rapsodia in Blu di Gershwin, la cui menzione inaugura la prefazione, alla lista dei brani consigliati per meglio apprezzare i lavori della contemporaneità (mentre scrivo sto ascoltando il lirico e sognante Harmonielehre di John Adams, datato 1985 - compositore da non confondere con il quasi omonimo John Luther Adams, autore altrettanto ispirato che cito perché ho ascoltato molta della sua musica per percussione - sui miei scaffali il cd Strange and Sacred Noise del 2005 e nei miei archivi la partitura originale di The Mathematics of Resonant Bodies del 2003), il testo è davvero un prezioso alleato per chi voglia ascoltare la musica di un momento storico avvincente e drammatico, ricco di stravolgimenti ma anche di passione e desiderio di militanza.

Consiglio vivamente, quindi: leggere di Mahler, Schoenberg, Stravinskij, Britten, Cage, Ligeti o degli spettralisti francesi fa sempre molto bene a chi ama la musica "significante" (le note della Sinfonia n°3 di Lutoslawsky nella versione dei Berliner datata 1985 mi aiutano a congedarmi con serenità da queste brevi note).

Boulez/Changeux/Manoury - I NEURONI MAGICI _ MUSICA E CERVELLO (2016)

Il rapporto fra la musica e la mente mi intriga da sempre, nella mia biblioteca sono diversi i volumi che trattano la fascinosa materia: da Musicofilia del grande Oliver Sacks (2007) al bello Fatti di Musica (2006) di Daniel Levitin - arricchito da una prefazione di Wu Ming 2; dal classico Psicologia della Musica (1972) di Helga de la Motte-Haber a Musica e Psiche (1999) di Augusto Romano, passando per Music and the Mind (1992) di Anthony Storr e concludendo con due bei volumi realizzati dalla "Aspera", Psicoanalisi e Musica (1998) e La Musica del Diavolo: il Diavolo nella Musica (2000), entrambi a cura di Rosalba Carollo.

Con queste premesse era davvero impossibile non procurarmi I Neuroni Magici, scritto a sei mani e impreziosito dalla presenza di Pierre Boulez: do la consueta occhiata ai miei scaffali e ci ritrovo pure il magnifico Les Pays Fertile (1989), che Boulez dedica a Paul Klee e al rapporto fra musica e pittura - libro acquistato a Parigi durante un day off, dimenticato alla Cité de La Musique durante una visita e ritrovato per miracolo grazie a un custode che peraltro me lo restituì davvero malvolentieri, e Corrispondenza e Documenti (2002), libro che raccoglie il carteggio fra Boulez e un altro gigante della musica e del pensiero musicale del secondo Novecento, John Cage.

Il libro è bello, ricchissimo di spunti e i tre autori si passano la palla con il giusto equilibrio. Gli argomenti più specificamente neurobiologici sono trattati in maniera da permettere anche al neofita una comprensione non troppo passiva mentre gli interventi di Boulez sulla musica sono sempre efficaci e taglienti: le sue posizioni su questioni di vitale importanza quali un'educazione musicale evoluta, sulle responsabilità della società in merito alla crescita "musicale" degli individui, sulla creazione artistica e sul rapporto fra teorizzazione concettuale ed effettiva messa in opera sono allo stesso tempo rinfrancanti e motivanti.

Da leggere!

Vincenzo Martorella - STORIA DELLA FUSION (2015)

Appena l'ho visto sugli scaffali di una libreria, l'ho preso senza il più piccolo indugio.

Ho amato molto la Fusion, è stata probabilmente il primo genere musicale che ho trovato davvero funzionale alla mia crescita di batterista. Nascendo dal Rock e trovando determinate sonorità ed altrettanti approcci batteristi piuttosto naturali (in questo forse aveva ragione Stan Getz quando diceva che la musica ascoltata in un preciso periodo della propria vita ce la portiamo dentro per sempre), imbattermi nella musica di Chick Corea Elektric Band, di Yellowjackets, di Steps Ahead, di Don Grolnick, di Bill Meyers, ha voluto dire aprirmi a un universo ritmico e formale davvero nuovo, nell'attesa della scoperta del Jazz avvenuta, per me, qualche anno dopo.

Il libro mi piace, ricco com'è di spunti e riferimenti musicali e biografici, e, cosa che conferisce al lavoro una certa freschezza, privo di quella puzza sotto al naso in cui ci si imbatte quando qualcuno che si occupa di Jazz scrive anche di Fusion (di Martorella posseggo anche un bel libro dedicato ad Art Blakey, Il Tamburo e L'Estasi del 2003).

Siamo tutti abbastanza d'accordo sul fatto che molta musica fatta in un certo periodo sia tutt'altro che memorabile ma, approfittando di queste pagine e ritornando ad ascoltare qualche cd, ce n'è anche di buona e di davvero ben suonata. Inutile stilare l'elenco dei drummers protagonisti della stagione d'oro della Fusion: si tratta di nomi difficilmente contestabili, musicisti che hanno influenzato generazioni di batteristi di ogni genere.

Ho sorriso compiaciuto prendendo coscienza che la stragrande maggioranza dei dischi elencati nel libro non solo li conoscevo e li avevo ascoltati ma hanno fatto pure parte della mia collezione. Molti sono ancora lì, ben ordinati. Altri, in cd e in vinile, li barattai anni addietro, in cambio di dischi di Jazz e musica elettronica che sentivo più urgenti.

Da leggere!

Tony Schwartz - THE WAY WE'RE WORKING ISN'T WORKING (2010)

Acquistato in coppia con The Power Of Full Engagement scritto da Schwartz con Jim Loehr nel 2003, questo volume si aggiunge alla lunghissima lista di libri che annovero sui miei scaffali e che riguardano quella branca di psicologia "leggera" denominata coaching che, sebbene spesso associata a contesti piuttosto lontani dal mio, mi sono spesso ritrovato ad analizzare anche solo per il bisogno di spezzare l'accumulo di ruminazione negativa perennemente in agguato. 

Ho scoperto questo testo grazie all'interessante blog dell'ottimo Cliff Almond, uno dei drummers che da ragazzo ho amato di più ascoltandolo nei combo di Michel Camilo (conservo ancora fra i miei vinili On The Other Hand del 1990). Cliff rimandava a una video performance che ha suscitato il mio interesse, da qui l'acquisto del libro.

Il lavoro mi è piaciuto e, pur snodandosi lungo le coordinate tipiche di questo tipo di lavori, porta in sé diversi spunti piuttosto originali, che me lo fanno preferire ad altri testi che stanziano nella mia libreria da tempo. Come ho già scritto ce ne sono un bel po', a testimonianza che l'argomento, seppur spesso tendente al semplicismo, mi sta a cuore, o quantomeno stuzzica la mia curiosità. Non ne cito alcuni, quelli cioè che hanno impattato maggiormente sul mio desiderio di lavorare sull'emotività, sulla gestione delle reazioni, sulla delicatissima connessione tra stato d'animo e musica, poiché in realtà ne ho già scritto nella sezione del blog denominata (The) Drum(s) Thing(s) e nella fattispecie nello scritto dedicato al libro di Zoro, The Big Gig.

Un bel libro, quindi, letto con gusto e attenzione!

Stefano Marino - LA FILOSOFIA DI FRANK ZAPPA (2014)

In un altro volume della Mimesis si parla di due grandi amori del sottoscritto, Frank Zappa e Theodor Adorno, e, viste le premesse, me lo ordino via web senza pensarci un solo istante.

Di Frank, beh, penso di sapere vita morte e miracoli. Sui miei scaffali fa bella mostra di sé la sua discografia completa (bootleg esclusi, compreso però l'ultimo, magnifico Dance Me This), per non parlare di partiture originali (comprate anni or sono attraverso il mitico - e misteriosissimo - servizio postale denominato Barfko Swill...), metodi e quant'altro. Nella sezione dedicata ai libri ci trovo ben sette tomi dedicati al genio di Baltimora: Il Don Chisciotte Elettrico di Neil Slaven (1996), Frank Zappa di Barry Miles (2004), Frank Zappa - L'Autobiografia di Peter Occhiogrosso (1990), Frank Zappa - Compositore Americano di Marco Bazzoli (2003), Frank Zappa Domani a cura di Gianfranco Salvatore (2000), Frank Zappa di Alessandro Pizzin (2004) e Frank Zappa - Music In Review edito da Edgehill Publishing nel 2007.

Su Adorno sono senz'altro meno ferrato, annoverando però sia Sulla Popular Music (1941) che Dissonanze (1959) nella mia personale biblioteca. Dato che è da sempre uno dei miei pensatori musicali preferiti (fatta eccezione per la sua famigerata avversione per il Jazz - sebbene si sostenga da più parti che ce l'avesse con un certo tipo di Jazz popolare negli anni Venti e Trenta - e per il neoclassicismo di Stravinskij), ero davvero curioso di leggere come i due universi creativo-analitici di queste figure imponenti potessero sposarsi.

Il libro di Marino scorre via bene e mi appassiona. Mi ritrovo con grande piacere a scoprire dettagli "zappologici" che mi mancavano e, mentre scrivo, visto che è il primo cd citato, mi fiondo a prendere You Can't Do That On Stage Anymore Vol. 2 e a metterlo nel lettore. Accompagnato dal drumming fiero e pulsante di Chester Thompson mi avventuro fra le righe, appassionandomi di nuovo a dettami adorniani anti-industria culturale che già mi fulminarono anni addietro: leggo di standardizzazione strutturale, di pseudo-individualizzazione, di plugging, della proposta a tendere verso "ciò che ancora non è, ma ciò nondimeno potrebbe essere", o verso una forma musicale "che serve alla verità", o di partecipare alla ribellione nei confronti della da lui definita "obbedienza ritmica" (bello!), o in generale di nutrire un sano scetticismo nei confronti dello status quo (e magari di cominciare a organizzarsi per bene per mettere in atto un'alternativa radicale, anche solo musicale), e mi sento vivo. Sebbene concordi con Marino che Adorno fosse piuttosto manicheo e sebbene le sue teorie siano state elaborate in anni (e scenari socio-culturali) molto lontani dai nostri, è difficile non trovare ispirativi certi percorsi.

Chiudo queste righe trovandomi a riflettere su quali possano essere i miei titoli favoriti nella sterminata discografia di Frank. Ne scelgo tre, appartenenti a tre fasi piuttosto distinte nel suo immenso cammino creativo: Joe's Garage del 1979 (con uno strepitoso Vinnie Colaiuta alla batteria), Jazz From Hell del 1986 e The Yellow Shark del 1993, anche se, di sicuro, qualcosa mi dimentico!

Raul Catalano - LA FILOSOFIA DI HAN BENNINK (2015)

Acquisto questo agile volume in coppia con quello dedicato a Zappa e Adorno di cui scrivo nel post successivo, attirato come da un magnete dalla possibilità di leggere ancora di improvvisazione, stavolta però direttamente dalle parole di un drummer iconico e anticonformista: Han Bennink. 

Seguo Han con divertito trasporto da molti anni, ricordo le sue performance di una master class cui partecipai, nel 1995 a Ravenna, nell'ambito dei mitici seminari della rassegna Mister Jazz: intelligente, grintoso, assolutamente convinto della propria strada e dei propri mezzi, fu davvero ispirativo e coinvolgente!

La lettura di testi dedicati all'improvvisazione è qualcosa che forse tutti i musicisti dovrebbero prima o poi fare, indipendentemente dal genere musicale che prediligono. Per me, il cui viaggio nella musica è iniziato con il Rock e successivamente con la Fusion, generi entrambi piuttosto architettonici, la scoperta dell'improvvisazione cosiddetta "totale" è stato davvero un passo fondamentale, per il linguaggio, certo, ma anche per tutta una serie di aperture a significati spesso anche meta-musicali. Mi fiondo davanti ai miei scaffali ed estraggo quattro testi sull'argomento: il proverbiale e direi quasi indispensabile L'Improvvisazione di Derek Bailey (1980), il fascinoso Free Play di Stephen Nachmanovitch (1990), i più recenti lavori di Davide Sparti Suoni Inauditi (2005) e L'Identità Incompiuta (2010, bella la definizione che l'autore fa dell'improvvisazione: "forma di agire generativo") e l'interessante All'Improvviso (2010) di Walter Prati, ricco di spunti e percorsi performativi.

La lettura del lavoro di Catalano è piacevole e veloce, complice forse anche l'aver rispolverato per l'occasione un vinile della mitologica etichetta FMP, Schwarzwaldfarht del 1977, con Bennink e Peter Brotzmann impegnati nei meandri della foresta nera in musica che mi rimanda ad anni di militanza sonica senza compromesso alcuno. Condivido in pieno la premessa del libro, che vuole l'improvvisazione come una pratica non accademica (e aggiungo io, da non accademizzare troppo) e, sfogliando, scopro dell'esistenza di una biografia semi-ufficiale (anche se in olandese, idioma a me al momento ignoto). Tanti dischi elencati, poi, lavori di cui Han è stato motore e tavolozza, album che ho ascoltato, negli anni, con grande interesse e ammirazione per musicisti coraggiosi animati da uno spirito sincero e autenticamente iconoclasta.

Chiudo volentieri riportando una delle citazioni d'apertura del libro, a firma Friedrich Nietzsche, con cui è difficile che chi fa musica non sia d'accordo: se il filosofo dice che nella natura animata e inanimata c'è una volontà che è assetata di esistenza, il musicista aggiunge: e questa volontà vuole, in tutti i gradi, un'esistenza sonora.

Buona lettura!