SULL'IMMERSIVITA'

ALESSIO RICCIO - MARZO 2013


      Da sempre desidero vivere la musica in maniera profonda, assoluta. In ogni fase del rapporto con il suono ho perseguito un desiderio  d’immersività che spesso andava ben oltre le mie possibilità di un dato momento: l’esperienza della musica vissuta come un rituale iniziatico che, oltre a rinnovarsi ogni volta, conducesse alla catarsi, a una re-immaginazione dei linguaggi e della realtà (mentre scrivo ho in mente James Hillman e la sua immaginazione re-visionaria, che invita l’individuo a farsi membro di una comunità di persone impegnate, ciascuna nel proprio campo in una re-visione delle cose), per accettare di essere letteralmente invaso dalla musica, ogni volta fatto a pezzi, squarciato, polverizzato, mutato in qualcos’altro. L’idea di una musica pervasa da un respiro personale, fresco, radicale (nel senso inteso da Marx, quello di afferrare le cose alla radice), di un percorso allo stesso tempo lucido e consapevole ma anche favorevolmente disposto all’abbandono e alla temporanea perdita di sé, è sempre stata al centro dei miei pensieri, obiettivo e sogno allo stesso tempo, ed è in quest’ottica che propongo la mia musica di questi anni: un'esercizio d’immaginazione aurale, una proposta per un viaggio non lineare, un invito a percorrere forme di pensiero e sensibilità non comuni, verso un preciso ideale di libertà percettiva che, cito Umberto Eco, esercitata a livello della fruizione estetica, non potrà che svilupparsi anche sul piano dei comportamenti quotidiani, delle decisioni intellettuali, dei rapporti sociali.

      L’ostinazione necessaria a dare forma a una musica davvero visionaria, una musica di nuovi rapporti, di prospettive e(ste)tiche alternative, di un altrove, un temp(i)o iniziatico senza filtri linguistici o espressivi ha proceduto a braccetto con ciò che di James Hillman (leggete il suo splendido Il Codice Dell’Anima) più mi rimbombava nella testa senza tregua: come trovare un posto nel mondo a ciò che è venuto al mondo con me? Come far combaciare il significato con i significati ai quali mi si chiede di conformarmi? E allora ho deciso: (solo? Si, solo!) questa musica è quel “posto”, il “posto” che ospita il mio significato, quello che ostinatamente, inesorabilmente rifiuta di “combaciare”, di “conformarsi”. John Zorn, parlando della sua musica e della New Music di oggi in genere, la descrive sia come act of necessity che come labour of love, e io concordo con lui in pieno: lo spontaneo fluire degli spunti estetici, cosa normale per chi vive di musica, procede simbioticamente con un’idea, appunto, di necessity, di necessità (Ananke) di musica che, attraverso il suo solo esserci e risuonare, si opponga in maniera spontanea all’ossificazione (Guattari, di cui scrivo per esteso di seguito), alla standardizzazione dei comportamenti e delle percezioni, alla degradazione di tutti i processi di soggettivizzazione.

      La messa in atto di un pensiero musicale meta-stilistico, di un’idea sovversiva e trasformativa della performance che fossero, appunto, sia mitiche che razionali passava per me attraverso un punto preciso, una condizione assolutamente non negoziabile: la ferrea predeterminazione dei materiali musicali. Solo in questo modo avevo la percezione di poter procedere attraverso sentieri non già abbondantemente battuti, di poter letteralmente costruire una musica che risultasse in una violenta deflagrazione di conflitti di forze meticolosamente organizzati all’interno di strutture rigorose, musica in cui la genesi, la ricodifica, la ricontestualizzazione delle cellule sonore acustiche, elettroniche e di sintesi (la componente deterministica del procedere creativo) avrebbero dovuto integrarsi con elementi di un’improvvisazione discernente, consapevole e attuale. Nel momento in cui l'organizzazione dell’evento sonoro si fonde con l’idea di ritualità, di suono e ritmo iniziatici, di fenomeni sonori potenzialmente allucinatori, di meta-normalità, di linguaggi musicali simbolici, autonomi e personalizzabili, dà vita a musica capace di (ancora Guattari) generare degli universi di riferimento e dei territori esistenziali, musica che porrà sul campo istanze e dispositivi sia analitici che produttori di soggettività.

      In questi anni, tutta la musica da me elaborata (nell’accezione Varèsiana del compositore di musica, quella del lavoratore di ritmo, frequenze e intensità) è stata ispirata e scossa nelle sue fondamenta dal pensiero ecosofico di Fèlix Guattari, ragione per cui ricorro a numerose citazioni dello psicologo-filosofo francese, stretto collaboratore di Deleuze. Sono in particolare gli scritti contenuti nel suo Le Tre Ecologie che ho sentito risuonare profondamente con la mia idea di musica: uno spontaneo convergere di fare artistico, militanza creativa e sentire e(ste)tico. Nel momento in cui ho deciso di accompagnare questa musica con quelle che definisco conseguenze concettuali, dato che nel mio caso la scrittura prende forma sempre dopo il suono, ho volutamente rinunciato a elaborare l’ennesima lista di concetti e idee che ruotano intorno alla musica elettro-acustica e che troppo spesso sembrano avere addirittura più peso rispetto alla musica stessa: proprio Guattari suggerisce che l’ecologia sarà in primo luogo mentale o non sarà nulla. Impostando parte di questo scritto sulle formulazioni ecosofiche di Guattari, risparmiando quindi parole già dette, meglio espresse e più efficacemente organizzate, non solo metto in atto una ben precisa idea di ecologia, appunto, mentale (penso anche a Dorfles e al suo horror pleni o a Bateson e alla sua ecologia delle idee) ma in più soddisfo quell’anelito di connessione legato all’operare creativo vero e proprio, all’elaborazione delle sonorità, alla modellazione delle composizioni, senza poi nascondere che il desiderio di ramificare collegamenti con quella parte di realtà che mi attrae nasce anche dall’esigenza di mitigare quel senso di scarsa utilità e di pesante insignificanza che accompagna, alla stregua di un compagno non troppo amichevole, il mio operare artistico.

      Secondo Guattari l’ecosofia è un’articolazione etico politica fra i tre registri ecologici - ambiente, rapporti sociali, soggettività umana, ed è una disciplina che si propone di indicare delle linee di ricomposizione di prassi umana nei più svariati campi. Le tre ecologie, l’ecologia ambientale, l’ecologia mentale e l’ecologia sociale dovrebbero venir concepite, unitariamente, come discendenti da una comune disciplina etico estetica e come distinte le une dalle altre dal punto di vista delle pratiche che le caratterizzano. I loro registri derivano da ciò che ho chiamato un’eterogenesi, vale a dire un processo continuo di ri-singolarizzazione. L’ammirata passione che provo questi scritti nasce proprio dal forte e gioioso richiamo a una comune disciplina etico estetica, dalla per me entusiasmante capacità di far convergere e procedere sinergicamente l’operare tecnico (nel mio caso musicale) e un’idea profondamente etica del rapporto con ciò che si fa: i concetti “tecnici” di linee di ricomposizione (davvero difficile per me definire altrettanto efficacemente non solo il processo di elaborazione dei suoni e il loro incastonamento nei soundscape, ma anche l’idea di ritmicità ibridata attraverso cui intendevo costruire questi progetti), eterogenesi, di processo continuo di ri-singolarizzazione (forse, tra tutti, il mio preferito) risuonano perfettamente non solo con le metodologie di assemblaggio di suoni e ritmi, ma anche con le finalità che l’atto di organizzarli in una composizione si prefigge, e nel momento in cui Guattari esorta a rincollare territori esistenziali che se andavano alla deriva non posso non associare questa formulazione tanto al davvero interminabile processo di assemblaggio dei soundscape e delle ibridazioni ritmiche quanto al ben più complesso atto dell’incollaggio dei propri “territori esistenziali”, quelli dell’uomo e del musicista che, finalmente, trovano approdo e forma in un progetto finito.

      Tutto dovrebbe sempre venir re-inventato, ripreso da zero, se non si vuole che i processi si irrigidiscano in una ripetizione mortifera, scrive Guattari. La mia personale re-invenzione si è snodata attraverso l’impiego di una gamma sonica più ricca e variegata possibile, perseguendo il superamento di un’idea gerarchica dell’organizzazione sonora e, conseguentemente, la messa in atto di finalità espressive non convenzionali, cercando il potenziale massimo di ogni situazione espressiva e percettiva: entrare in ogni singola cellula sonora, lavorare dalle fondamenta del suono e della sua organizzazione hanno davvero costituito un’esperienza immersiva totalizzante e catartica, nonché permesso la creazione di una musica senza centro, senza territori linguistici delimitati che, cito sempre Guattari quando scrive a proposito di un’ecologia della fantasia, si poggi su transfert, traslazioni, riconversioni. Il lento ma progressivo svilupparsi del flusso organico della musica, il ramificarsi delle ibridazioni ritmiche via via sempre più articolate hanno rappresentato un trampolino verso l'alterità: utilizzare la musica, tanto il suo respiro fondamentale quanto le strategie compositive ed assemblative, per raggiungere l'alterità e conseguentemente utilizzare l'alterità come veicolo per tentare di raggiungere sé stessi, o quanto meno per viversi più profondamente.

      Questo progressivo tentare di raggiungersi, di intensificare le proprie percezioni, di approfondire la lettura di sé e delle cose, secondo Guattari ha una finalità ben precisa: permetterci di diventare contemporaneamente solidali e sempre più differenti. La soggettività, attraverso delle chiavi trasversali, si instaura congiuntamente nel mondo dell’ambiente, delle grandi concatenazioni sociali e istituzionali e, simmetricamente, all’interno dei paesaggi e delle fantasie che abitano le sfere più intime dell’individuo. La riconquista di un grado di autonomia creatrice in un campo particolare richiama altre riconquiste in altri campi. Così è tutta una catalisi della ripresa di fiducia dell’umanità in sé stessa che va forgiata, passo a passo, e talvolta partendo dai mezzi più minuscoli. Se i paesaggi e le fantasie che abitano le sfere più intime dell’individuo sono di fatto il motore che spinge il musicista a cristalizzare il proprio flusso creativo, l’idea di una riconquista della soggettività, della differenza, dell’autonomia (nella creazione così come nel pensiero) ottenute passo a passo con i mezzi più minuscoli sembra davvero il manifesto della musica cosiddetta alternativa: il musicista finalmente partecipe dei fenomeni sociali, storici, politici e culturali del suo tempo, fautore di una creazione artistica liberata dal sistema di mercato, di una pedagogia capace di inventare i suoi mediatori sociali, figura capace, ogni volta, di prendere in considerazione quelli che potranno essere dei dispositivi di produzione di soggettività, che vadano nel senso di una ri-singolarizzazione individuale e/o collettiva, piuttosto che in quello di una utensilizzazione massmediatica, sinonimo di sgomento e disperazione. 

      Quando Guattari chiede: come modificare le mentalità? Come reinventare le pratiche sociali che ridiano all’umanità il senso della sua responsabilità, non solo verso la sua propria sopravvivenza, ma anche riguardo al futuro di tutta la vita su questo pianeta, di quella delle specie animali e vegetali come quella delle specie incorporee, se mi è lecito dir così, quali la musica, le arti, il rapporto con il tempo, il sentimento di fusione all’interno del cosmo?, mi viene facile azzardare una proposta: che si consideri ogni attività creativa dell’uomo alla stregua di un rito, che si generino atti di trasformazione tesi a sprigionare e favorire energia infinita, distruzione selvaggia e ricostruzione immaginifica e che si facciano contrapporre a meccanicismo, razionalità e pragmatismo. Che tutto l’essere umano sia interessato a questa rivoluzione dionisiaca, il suo pensiero, la sua parola, la sua identità, la sua sensibilità. Che si favorisca un’irruzione del divenire, di un divenire rivoluzionario che non abbia come obiettivo un assetto stabile ulteriore ma modi di vita rinnovati, mobili e aperti. Modifica delle mentalità e reinvenzione delle pratiche sociali necessiteranno ovviamente di una musica speciale, musica che, cito Hillman, possa trasporre il mistero dell’invisibile in procedure visibili, musica di forte impatto emotivo, di pienezza sonica inaspettata, di imprevedibilità linguistica, timbrica, ritmica e strutturale, musica che sia esperienza di estasi e possessione: creatore e fruitore ridefiniscono continuamente sé stessi e il mondo, senza più necessità di conferme. Questo procedere per ricomposizioni inaspettate, questa generazione di qualità di essere inaudite, mai viste, mai pensate trasformeranno il già sentito nell’inedito, o quanto meno nell’imprevedibile, e condurranno al punto estremo la capacità di invenzione di coordinate mutanti. 

      Nel suo bel libro Gli Ultraterrestri Mario Gamba scrive sulle musiche di oggi, definendole opere pratiche di relazione, di cambiamento, di attività simbolica, di linguaggio, che implicano il desiderio di una liberazione vissuta direttamente in prima persona, come ottenimento di forme di vita, altre da quelle dominanti, che valgono per i singoli soggetti della grande rivolta, anzitutto, e per un collettivo che si estende all’umanità intera di cui ci si sente parte nell’immediatezza del proprio impulso di liberazione, di trasformazione, di creatività. L’impulso rivoluzionario è impulso di sovversione e trasformazione del presente, da vivere nello stesso tempo in cui si nutre l’insofferenza per i modi di vita imposti dall’ordine sociale e in cui si compiono atti pratici di sovversione e trasformazione. Un cambiamento del modo di vivere e del modo di pensare non potrà mai essere imposto dall'alto: esso germoglierà dal basso (think globally, act locally, recita uno dei più popolari slogan antiglobalizzazione) nel momento in cui i singoli individui, scrive Adorno, mediante le forme della loro esistenza, con tutte le contraddizioni e i conflitti che appartengono loro, tentano di anticipare la forma esistenziale giusta e autentica. Il musicista di oggi può essere espressione propositiva di un modello culturale nuovo e metamorfico, espressione di alterità, pluralità e diversità, a patto che la sua musica incarni la logica altra dell’emozione, il razionale sconvolgimento di tutti i sensi (Rimbaud), che egli sia disposto a riversare nella sua opera forza e passione e che esse, in ultima istanza, si facciano intermediari tra la natura, violenta e primordiale, e il pensiero, lucido e organizzato.

      Il lavoro per un'altra modernità, o per una modernità diversa, scrive il filosofo tedesco Wilhelm Schmid, riporta anche in maniera differente l'individuo al centro, non più solo come colui che si libera, ma anche come colui che produce forme di libertà. E come la si produce questa libertà?, dato che, per Guattari, la soggettività, come l’acqua e l’aria, non è un dato naturale? Come produrla, captarla, arricchirla, reinventarla continuamente in maniera da renderla compatibile con Universi di valore mutanti? La risposta che Guattari offre è per me la conclusione ideale per uno scritto che riguardi la musica di oggi: le concatenazioni soggettive individuali e collettive sono potenzialmente idonee a svilupparsi ed a proliferare lontano dai loro equilibri ordinari. Le loro cartografie analitiche straripano, dunque, per essenza dai territori esistenziali a cui sono destinate. Perciò si dovrebbe procedere, con queste cartografie, come in pittura o in letteratura, campi nei quali ciascuna performance concreta possiede la vocazione ad evolvere, ad innovare, ad inaugurare delle aperture prospettiche, senza che i loro autori possano avvalersi di fondamenti teorici garantiti o dell’autorità di un gruppo, di una scuola, di un conservatorio o di un’accademia. Davvero impossibile, per me, trovare parole migliori.